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Fine della biologia di Sergio Rotino su Margutte

Dalla postfazione di Luciano Mazziotta

Gadda lo chiamava “male oscuro”, quel male che ci si porta dentro “per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita” e di cui le scienze continuano a ignorare le cause. Berto avrebbe utilizzato questo sintagma per intitolare il suo capolavoro di indagine sulla propria psiconevrosi. Di Ruscio, d’altra parte, non lo avrebbe neppure aggettivato. Per lui “Non era un male misterioso che ci perseguitava/era semplicemente il male”. Nell’interstizio tra questi mondi forse incomunicabili, tra Gadda, Berto e Di Ruscio, si potrebbe collocare questa raccolta di Sergio Rotino […]. È un altro il soggetto cui dà voce l’autore, ma è un altro vicino a sé, un «marchio-ferita/padre/quel che vi pare». È l’alterità che definisce la psiche, la scrittura, il dolore dell’io lirico, per quanto questo io si nasconda nel libro, inganni e talvolta si sotterri. Perché questo di certo non è un libro lirico, ma è un libro in cui l’io – nascosto – segue e registra, come un’ombra o molto più precisamente come un figlio accanto al degente in una corsia d’ospedale, il decorso del suo soggetto. L’io è regista e obiettivo della telecamera: sappiamo che c’è, ma fingiamo che non esista, come se il suo occhio venisse a coincidere con il nostro.

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