
Roberto Dedenaro ritorna alla poesia dopo 19 anni, con un libro efficace e profondo che riprende i suoi temi pregnanti: il Carso e il rapporto con la varietà del paesaggio, lo sguardo attento rivolto alle cose anche minime, l’osservazione dell’umanità che vive sui confini, le lingue diverse che si intrecciano nella vita quotidiana, il tempo e i cambiamenti nelle relazioni umani e nella natura. Con ironia e sguardo partecipativo racconta il territorio in cui vive mostrandone le contraddizioni, i drammi della storia, i miti che sembrano radicati nelle culture antiche, le aspettative della gente comune che condivide uno spazio ricco di sfumature vive e distanze lessicali che aprono all’abbondanza delle percezioni. La sua non è una poesia prettamente emozionale ma si muove sul piano della conoscenza, dell’indagine accurata e della distanza necessaria al compito critico. Eppure il tono è domestico per la lunga frequentazione, la parola risulta efficace nelle riflessioni esistenziali che connotano una condizione umana condivisa oltre le differenze, la marginalità dei territori si fa centro negli spazi vissuti e nelle relazioni che vivono tra le differenze, come in nuove dimensioni e attitudini dell’abitare.
Titolo: Il ballo delle gru
Autore: Roberto Dedenaro
Postfazione: Elvio Guagnini
Fascetta di copertina verticale: Davide Marchionni
Collana: Poiein
Edizione Vita Activa Nuova 2025
Pagine: 96
Prezzo: € 12.00
ISBN9791280771377


Ivana Suhadolc, giornalista RAI a Ts, Venezia e Roma scrive di sua madre (Graziella, Krasulja), che ebbe una fitta corrispondenza, insieme a Rita, con Biagio Marin, loro professore e figura di riferimento culturale. È una educazione sentimentale e un intreccio di relazioni in cui il periodo storico e il tema italiani/sloveni sul territorio, si mescolano con diversi sguardi sulla crescita delle due ragazze, i rapporti umani e affettivi con il poeta e tra di loro, le ambiguità e le problematiche del tempo. È un lungo memoir della figlia che intende ricostruire la figura della madre, tra le migliaia di lettere e foto di lei e di Rita in suo possesso, e che sta donando alla Biblioteca di Grado. Nella primavera del 1942 accade un piccolo miracolo: “tutto fu un dono, il dono del paradiso,” scriverà Biagio Marin. Per Rita, la Rondine, e Graziella, la Pernice, inizia un’amicizia che durerà tutta la vita; per Rondine e Marin una storia d’amore che proseguirà per 26 anni. I rapporti tra i due amanti e Pernice resistono anche nel travagliato dopoguerra della Venezia Giulia lacerata dagli odi etnici, e questo nonostante Graziella – si scopre – sia slovena, in realtà si chiami Krasulja e sposi uno sloveno. Marin si sente tradito e tuona: “Anche tu sei responsabile del male, che per il piatto di lenticchie hai rinunciato alla primogenitura della superiore cultura.” Poi a prevalere sarà la sua generosità. Alla fine Krasulja si ammalerà di Alzheimer, ma la figlia riuscirà lo stesso a intuire la grazia della sua vita, avvalendosi delle testimonianze di Rita e delle lettere e poesie di Marin. La ricerca la porterà a trovare il linguaggio delle emozioni, il solo che ci aiuta ad ascoltare e rispettare, anche nelle terre di frontiera, le storie degli altri.












