
Su La poesia e lo spirito, Giselda Pontesilli recensisce Il ballo delle gru di Roberto Dedenaro.
Pontesildi scrive:
“C’è una sommessa “coralità” nelle poesie, sempre attentamente sorvegliate, mai passibili di retorica che compongono Il Ballo delle gru, recente libro del poeta triestino Roberto Dedenaro.
[…]
L’orizzonte inscurito è il nostro orizzonte storico, epocale: per questo! è inscurito e “non si distingue più”.
Infatti, se fosse l’orizzonte naturale, crepuscolare, serale, non ci sarebbero in esso “case senza più finestre illuminate”, “case senza forma”, e “i corpi che da qualche dove dentro a quelle case senza forma stanno”.
Al contrario: le case sarebbero, naturalmente, abitate, illuminate, animate da persone, da voci… Invece sono buie, e strane fredde luci “ne scandagliano i profili” informi, lo “spessore di silenzio” che “sale come una domanda”…
Potete leggere tutta la recensione qui.


Questa raccolta poetica di Sergio Rotino accoglie testi scritti in diversi tempi e accompagna l’autore da molti anni, seguendo una sorta di fil rouge sotterraneo ma periodicamente emergente come «traccia mnestica», con tutte le dovute cautele riguardanti l’operatività della memoria. Si configura come una scelta di ordinamento di materiali difficili e pregnanti in complesso equilibrio, non a caso le prime parole del testo iniziale, «aprire la pandetta ci tocca», fanno emergere un desiderio di ordine e registrazione, un compito, finalmente, da portare avanti in questo preciso tempo. Non è un lavoro soltanto ordinativo, si avvertono le incertezze del percorso, le problematicità dell’operazione. Anche il titolo: Fine della biologia, può dare adito a letture differenti: fine come conclusione, chiusura definitiva di un rapporto, o finalità dello stesso. E si tratta, evidentemente, della radicalità dell’essere umano maschile nei suoi rapporti interiorizzati con la struttura archetipica del pater/patria nella concezione estesa del lemma. Un tema arduo, che l’autore affronta in numerosi passaggi per circoscrivere il lascito ricevuto, e pervenire a «comporre un addio lungo, faticoso, ma definitivo», che può consentire al soggetto una autonomia cosciente.
Roberto Dedenaro ritorna alla poesia dopo 19 anni, con un libro efficace e profondo che riprende i suoi temi pregnanti: il Carso e il rapporto con la varietà del paesaggio, lo sguardo attento rivolto alle cose anche minime, l’osservazione dell’umanità che vive sui confini, le lingue diverse che si intrecciano nella vita quotidiana, il tempo e i cambiamenti nelle relazioni umani e nella natura. Con ironia e sguardo partecipativo racconta il territorio in cui vive mostrandone le contraddizioni, i drammi della storia, i miti che sembrano radicati nelle culture antiche, le aspettative della gente comune che condivide uno spazio ricco di sfumature vive e distanze lessicali che aprono all’abbondanza delle percezioni. La sua non è una poesia prettamente emozionale ma si muove sul piano della conoscenza, dell’indagine accurata e della distanza necessaria al compito critico. Eppure il tono è domestico per la lunga frequentazione, la parola risulta efficace nelle riflessioni esistenziali che connotano una condizione umana condivisa oltre le differenze, la marginalità dei territori si fa centro negli spazi vissuti e nelle relazioni che vivono tra le differenze, come in nuove dimensioni e attitudini dell’abitare.