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8 marzo, dibattito sull’addio alle consigliere di parità Il parere dell’esperta Gabriella Taddeo: “Si perde la specialità della competenza”

Gabriella Taddeo su RaiNews parla della proposta di legge del governo per abolire i Consiglieri di paritá.

“Sulla proposta di legge del governo, ora in discussione alla Camera, per abolire i Consiglieri di parità in favore di un unico organo nazionale che si occupi di tutte le discriminazioni interviene Gabriella Taddeo, esperta d’informatica, ha lavorato quarant’anni in Insiel. Negli anni ’90 membro della prima Commissione regionale pari opportunità come rappresentante delle associazioni. Successivamente ha ricoperto il ruolo di Consigliera di Parità del territorio di Trieste, dal 2010 al 2018, per due mandati, durante i quali ha gestito quasi 400 casi di discriminazione sul posto di lavoro. Oggi è presidente della casa editrice Vita Activa Nuova.

Si perde valore o si acquisisce le chiediamo? “Si perde moltissimo valore, perché si perde la specialità della competenza. Si parla tanto di merito, ma non si può essere onni-competenti su tutti i problemi di ciascuna categoria che dovrebbe essere protetta. Parliamo delle donne sul posto di lavoro che subiscono discriminazioni, parliamo di donne migranti che subiscono la doppia discriminazione, parliamo di disabili e fasce deboli. Raggruppare tutto in un organismo ad alto livello non dà quelle garanzie che persone competenti, sia pur lavorando in coordinamento, dovrebbero in qualche modo garantire””

Potete leggere l’articolo nella sua interezza e il video dell’intervista sul sito di Rainews.

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Libri, traduzioni e musica: nuova puntata di Quarta di copertina

Venerdì 6 marzo 2026 su Quarta di copertina si parla di Parole tra i luoghi!

“Venerdì sera torna Quarta di copertina, il settimanale di TV Capodistria che continua a esplorare il presente attraverso libri, idee e protagonisti della cultura. La nuova puntata propone un percorso articolato tra editoria, studi sulla traduzione e musica d’arte.

[…]

Il viaggio prosegue a Trieste, dove la seconda Fiera dell’Editoria Parole tra i luoghi ha animato la Sala Xenia con editori, studiosi e operatori culturali. Al centro del dibattito, la traduzione come pratica viva di convivenza e crescita condivisa. Particolarmente significativa la lectio magistralis della studiosa Sherry Simon, che ha definito Trieste un vero translation site, una città in cui le lingue producono una “musica di contatto” capace di rivelare fratture, riconciliazioni e stratificazioni storiche.

Tra gli interventi anche quello della docente Sergia Adamo, che ha sottolineato il ruolo della fiera come spazio di incontro tra discipline e comunità, mentre il contributo del Centro PEN sloveno — con la presidente Tanja Tuma e la docente Vesna Mikolič — ha ribadito l’importanza della traduzione letteraria nella costruzione di ponti culturali tra italiani e sloveni.”

Potete trovare l’articolo completo qui.

Potete vedere la puntata a questo link, oppure qui sotto. Dal minuto 13:48 si parla di Parole tra i Luoghi!

Foto: Massimoa Premuda e Luisa Antoni, Foto: TV Koper-Capodistria

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Parliamo di donne in politica | Fabiana Martini

Fabiana Martini, autrice del volume Il governo delle donne. Viaggio tra le amministratrici locali italiane, é stata intervistata nell’ambito di WE FRAME PROJECT. 

Amanda Rosso ha tradotto dall’inglese l’intervista.

Potete leggere la versione originale dell’articolo qui.

Fabiana Martini è una giornalista. Dal 2000 al 2010 ha diretto il settimanale Vita Nuova, diventando la prima donna laica a guidare una testata religiosa in Italia. Dal 2011 al 2016 è stata vicesindaca di Trieste.
Oltre a scrivere, si occupa di formazione sui temi delle migrazioni, delle pari opportunità e dell’hate speech, e di comunicazione sui temi dell’infanzia, della salute mentale e della violenza contro le donne. È portavoce dell’associazione “Articolo 21” in Friuli Venezia Giulia e segretaria della giuria del Premio Giornalistico Internazionale Marco Luchetta.
Nel 2022 ha scritto il libro Il governo delle donne. Viaggio tra le amministratrici locali italiane (Vita Activa Nuova).

Qual è uno dei tuoi primi ricordi legati al femminismo?
Credo che il mio primo ricordo legato al femminismo risalga a un episodio raccontato dalla mia insegnante delle scuole medie.

Hai scritto un libro sulle donne nei ruoli politici in Italia. Che cosa hai scoperto? Hanno qualcosa in comune?
Ho scoperto che la politica è molto sessista, che ci sono ancora pochissime donne in politica e che pagano un prezzo altissimo semplicemente per il fatto di essere donne, indipendentemente dal partito a cui appartengono: per esempio sono, molto più degli uomini, bersaglio di attacchi online e offline e il loro impegno ha conseguenze serie sulla loro vita privata.
Quanto a ciò che le donne in politica hanno in comune, sono molto concrete, orientate agli obiettivi, consapevoli della necessità di dimostrare di essere all’altezza, meno inclini a farsi influenzare dal consenso.

Sei spesso costretta a fermarti, a fare deviazioni per qualche emergenza, a sopportare sguardi giudicanti o lezioni da chi ti dice che dovresti stare a casa, oppure insulti da chi ha qualcosa da ridire sul tuo abbigliamento. Ogni tanto passa un autobus, ma non si ferma perché non ti vede: è progettato per gli uomini, come tutto il resto, e infatti gli uomini salgono e partono, mentre tu comprensibilmente ti chiedi perché ti sia data tanto da fare e pensi che ci sarà un motivo se siete così poche, se a 76 anni dalla concessione del voto alle donne solo il 15% dei comuni italiani è guidato da donne, se nessuna città con più di 200.000 abitanti ha una donna al comando, se nei 26 capoluoghi di provincia andati al voto nel giugno 2022 solo 15 dei 60 candidati sindaco erano donne.

Qual è oggi la sfida più grande per il femminismo?
Eliminare la violenza contro le donne resa possibile dalla società patriarcale: essere vive è il presupposto dell’uguaglianza.

Al punto che forse la cosa più frustrante di questi primi due anni è stata essere scambiata per la segretaria quando si convoca il tavolo delle categorie economiche. Non per una questione personale, ma perché dimostra quanta strada ci sia ancora da fare verso le pari opportunità. [Flavia Marzano]

E quale sarà la sfida più grande domani?
Fare in modo che nascere donna non sia uno svantaggio.

Anversa è convinta che si debba lavorare, da un lato, con le ragazze che, come le loro madri e nonne, hanno poca fiducia in se stesse: pur sapendo che la conciliazione tra lavoro e vita privata resta un problema, bisogna dire loro: “Valete, potete farcela”; e dall’altro con i ragazzi, per superare la rigida divisione dei ruoli. “La mia generazione è ormai bruciata: resta l’idea che le donne debbano seguire gli uomini (io stessa l’ho fatto) e che debbano stare al loro fianco, mai davanti. Ho grandi speranze nelle giovani donne di oggi.” [Elisabetta Anversa]

Tre nomi di donne che, secondo te, hanno fatto la storia del femminismo
Carla Lonzi, Susan Sontag, bell hooks

C’è qualcosa che vorresti dire e che non ti abbiamo chiesto?
Piuttosto che concentrarci solo nel denunciare la mancanza di donne in politica e le difficoltà che affrontano, dovremmo mettere in luce le loro competenze e i loro risultati, spostando la narrazione da una focalizzata sull’aspetto fisico e sull’eccezionalità.

Questa intervista é parte di WP1 | T.1.2. PRODUCTION OF ORIGINAL MULTIMEDIA CONTENTS: RESEARCH, STUDIES, ARCHIVAL MATERIALS, TESTIMONIES OF WITNESSES

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Fine della biologia di Sergio Rotino su Margutte

Dalla postfazione di Luciano Mazziotta

Gadda lo chiamava “male oscuro”, quel male che ci si porta dentro “per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita” e di cui le scienze continuano a ignorare le cause. Berto avrebbe utilizzato questo sintagma per intitolare il suo capolavoro di indagine sulla propria psiconevrosi. Di Ruscio, d’altra parte, non lo avrebbe neppure aggettivato. Per lui “Non era un male misterioso che ci perseguitava/era semplicemente il male”. Nell’interstizio tra questi mondi forse incomunicabili, tra Gadda, Berto e Di Ruscio, si potrebbe collocare questa raccolta di Sergio Rotino […]. È un altro il soggetto cui dà voce l’autore, ma è un altro vicino a sé, un «marchio-ferita/padre/quel che vi pare». È l’alterità che definisce la psiche, la scrittura, il dolore dell’io lirico, per quanto questo io si nasconda nel libro, inganni e talvolta si sotterri. Perché questo di certo non è un libro lirico, ma è un libro in cui l’io – nascosto – segue e registra, come un’ombra o molto più precisamente come un figlio accanto al degente in una corsia d’ospedale, il decorso del suo soggetto. L’io è regista e obiettivo della telecamera: sappiamo che c’è, ma fingiamo che non esista, come se il suo occhio venisse a coincidere con il nostro.

Potete leggere tutto l’articolo sul sito ufficiale di Margutte.

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A volte temo la memoria a cui il mondo si riduce Roberto Dedenaro, “Il ballo delle gru” di Giovanni Fierro

Delle sue cose il bosco è paziente/ Nei suoi giorni di nuvola nel/ meriggiare caldo estivo/ Tu aspetti e lui il tuo aspettare aspetta”.
È in questa accoglienza che si apre “Il ballo delle gru”, la nuova raccolta poetica di Roberto Dedenaro.
Una accoglienza che arriva già dalle prime pagine, creando un luogo dove si può stare, e stare bene.
Tutto il libro è un continuo cogliere indizi di umanità, a costruire una certezza, una vocazione di vicinanza, “Poi un canto raccoglieva/ tutta la fragile mortalità del mondo”.
In questo desiderio di condivisione, Dedenaro traccia disegni che conoscono il calore, abbracciano il silenzio, quello buono, guardando all’universale tanto quanto alla più minuta epifania, “A questo dunque serve il mito,/ dando anche a te un senso d’infinito, anche adesso che tutto è già finito”.
“Il ballo delle gru” è un libro fatto di presenze – Ivan, Rita, Mila… la madre e il padre dell’autore – che sanno cucire a mano legami e fiducia, anche nella “paura di non veder più noi nell’altro/ alle tavole vecchie e a tutto il loro tempo,/ che sembra esser così sicuro da non conoscere presente”.
Roberto Dedenaro guarda dentro di sé, e al sé in rapporto con gli altri; è in questo dialogo che muove il suo scrivere. Che sa diventare osservatorio sul presente della nostra società (“A volte temo la memoria a cui il mondo si riduce,/ che il qui e ora in un’eterna dissolvenza traduce”), riflessione sul destino comune (“Nel giorno in cui dovrebbe morir la morte/ L’inizio e la fine non ha se non l’inizio fine”) e radice di desiderio (“E di subito mi atterrisco/ di smarrire amo ed amorosa esca/ capace di compiere la miracolosa pesca/ e farti venire a riva, iridescente, viva”).
In questo libro il tempo si coniuga sempre nel bisogno di viverlo, dalle “innominate periferie/ in cui la storia si dissolve/ e tutto si risolve nella perduta memoria/ del vino fosco accanto al fuoco” fino a cogliere le trasparenze necessarie, “Sembrava/ la strada diventasse luce e sciami di lucciole gentili/ e la sera schiarare più dei fari sulla strada”.
Queste pagine vivono un equilibrio che sa spezzarsi solo quando serve, “è il convincimento che la maceria/ sia più resistente e duratura di ogni altra muratura/ sia, nel suo appartato esile esserci/ una metafisica esistenza un’essenza/ che balla proiettando chiari e scuri/ sui terreni resi duri dalle temperature”, pronte poi a ritrovare la propria dimensione quando diventano avvertenza: “Ma bisognerebbe saper navigare/ e non gridare terra terra senza potersi fermare”.
Mappa dalle indicazioni precise, questo libro riconosce una geografia umana che deve al suo autore il merito di averla riconosciuta, messa sulla carta, ed affidata alle parole più precise, anche dove “Adesso il vuoto è buio senz’onde”.
Roberto Dedenaro con “Il ballo delle gru” ci consegna una raccolta di testi a cui volere bene.

Per leggere l’intervista completa potete visitare il sito di Farevoci e leggere il numero di Febbraio 2026.

 

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Gabriella Musetti e Ivana Suhadolc a Quarta di Copertina

Quarta di copertina torna su TV Capodistria con una nuova puntata con ospiti di grande rilievo e uno sguardo attento alle radici del nostro territorio.

Nello studio 3 di TV Capodistria saranno con noi Ivana Suhadolc e Gabriella Musetti, per parlare di due libri molto diversi tra loro ma accomunati da una forte tensione autobiografica e riflessiva: Rondine e Pernice e Viaggio nel tempo di Willy Dias.

Protagonista della prima parte della trasmissione sarà Ivana Suhadolc, autrice del memoir Rondine e Pernice, uscito nell’agosto 2025 per l’editrice VAN – Vita Activa Nuova. Il suo percorso biografico è ricco e stratificato: laureata in lingue e letterature straniere all’Università Ca’ Foscari di Venezia, si è specializzata in letteratura americana alla Northern Illinois University e in politica estera all’Institut européen des hautes études internationales di Nizza.

Per un anno ha diretto a Bruxelles l’Ufficio europeo delle lingue meno diffuse, quindi è entrata in RAI per concorso: prima a Trieste, alla sezione programmi sloveni, poi per un decennio nella Testata giornalistica regionale di Venezia e successivamente per altri dieci anni nella redazione esteri di Rai News 24 a Roma. È stata presidente dello SCIJ, lo sciclub internazionale dei giornalisti, e ha pubblicato per ZTT-EST la storia del Club nautico Sirena di Barcola, ricostruendone le vicende dalla fondazione nel 1924 alla chiusura forzata nel periodo fascista, fino alla rinascita nel dopoguerra. Oggi vive a Opicina, sul Carso triestino, e come volontaria cura le rose nel parco di San Giovanni a Trieste.

Una figura che incrocia giornalismo, impegno civile e memoria, e che nel suo memoir ripercorre esperienze personali e professionali con uno sguardo che attraversa confini linguistici e culturali.

Nel corso della puntata ci sposteremo poi a Trieste, dove nelle scorse settimane, per il ciclo “I lunedì dello Schmidl”, è stato presentato un nuovo libro dedicato a Giuseppe Tartini, scritto dal medico e musicista Mirko Schipilliti con il supporto della Comunità degli Italiani di Pirano. A introdurre l’incontro è stato il curatore del ciclo, Stefano Bianchi, mentre a presentare la monografia è intervenuto il musicologo Ivano Cavallini, già professore all’Università di Palermo.

Il volume riunisce informazioni note e nuovi contributi di ricerca, offrendo un aggiornamento significativo sulla figura del violinista piranese. La tappa triestina è stata una delle date di un percorso di presentazioni che prosegue in questi mesi, segno di un interesse vivo e condiviso attorno a uno dei protagonisti della cultura musicale settecentesca dell’area adriatica.

Accanto a Rondine e Pernice, la puntata darà spazio a Viaggio nel tempo di Willy Dias, un libro che si muove tra memoria e narrazione, intrecciando esperienza individuale e riflessione storica. Ne parliamo con l’editrice Gabriella Musetti.

Dopo la rubrica del libro consigliato, come di consueto, la puntata si chiuderà con la musica. Questa settimana ascolteremo un estratto dall’album Andrea Antico: Frottole Intabulate da sonare organi, Libro Primo, interpretato da Maria Luisa Baldassari.

Si tratta della registrazione moderna di una delle prime raccolte di musica per strumenti a tastiera pubblicate a stampa, datata 1517 e curata da Andrea Antico, musicista nato a Montona, in Istria. Le frottole – canzoni profane italiane diffuse tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento – vengono qui trasposte in intavolature per tastiera, in una delle prime esperienze editoriali di questo genere.

Un progetto di alto profilo storico e interpretativo, fondamentale per chi studia e ama la musica rinascimentale per tastiera, e capace di ampliare la comprensione del ruolo delle intavolature nella prima età della stampa. La puntata si chiude proprio con un estratto da questo album: un modo per lasciare la parola alla musica, e per ricordare che ogni libro, in fondo, è anche un suono che continua a risuonare nel tempo.

Potete guardare la registrazione qui: https://www.rtvslo.si/rtv365/arhiv/175196501?s=tv_ita&t=0