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A volte temo la memoria a cui il mondo si riduce Roberto Dedenaro, “Il ballo delle gru” di Giovanni Fierro

Delle sue cose il bosco è paziente/ Nei suoi giorni di nuvola nel/ meriggiare caldo estivo/ Tu aspetti e lui il tuo aspettare aspetta”.
È in questa accoglienza che si apre “Il ballo delle gru”, la nuova raccolta poetica di Roberto Dedenaro.
Una accoglienza che arriva già dalle prime pagine, creando un luogo dove si può stare, e stare bene.
Tutto il libro è un continuo cogliere indizi di umanità, a costruire una certezza, una vocazione di vicinanza, “Poi un canto raccoglieva/ tutta la fragile mortalità del mondo”.
In questo desiderio di condivisione, Dedenaro traccia disegni che conoscono il calore, abbracciano il silenzio, quello buono, guardando all’universale tanto quanto alla più minuta epifania, “A questo dunque serve il mito,/ dando anche a te un senso d’infinito, anche adesso che tutto è già finito”.
“Il ballo delle gru” è un libro fatto di presenze – Ivan, Rita, Mila… la madre e il padre dell’autore – che sanno cucire a mano legami e fiducia, anche nella “paura di non veder più noi nell’altro/ alle tavole vecchie e a tutto il loro tempo,/ che sembra esser così sicuro da non conoscere presente”.
Roberto Dedenaro guarda dentro di sé, e al sé in rapporto con gli altri; è in questo dialogo che muove il suo scrivere. Che sa diventare osservatorio sul presente della nostra società (“A volte temo la memoria a cui il mondo si riduce,/ che il qui e ora in un’eterna dissolvenza traduce”), riflessione sul destino comune (“Nel giorno in cui dovrebbe morir la morte/ L’inizio e la fine non ha se non l’inizio fine”) e radice di desiderio (“E di subito mi atterrisco/ di smarrire amo ed amorosa esca/ capace di compiere la miracolosa pesca/ e farti venire a riva, iridescente, viva”).
In questo libro il tempo si coniuga sempre nel bisogno di viverlo, dalle “innominate periferie/ in cui la storia si dissolve/ e tutto si risolve nella perduta memoria/ del vino fosco accanto al fuoco” fino a cogliere le trasparenze necessarie, “Sembrava/ la strada diventasse luce e sciami di lucciole gentili/ e la sera schiarare più dei fari sulla strada”.
Queste pagine vivono un equilibrio che sa spezzarsi solo quando serve, “è il convincimento che la maceria/ sia più resistente e duratura di ogni altra muratura/ sia, nel suo appartato esile esserci/ una metafisica esistenza un’essenza/ che balla proiettando chiari e scuri/ sui terreni resi duri dalle temperature”, pronte poi a ritrovare la propria dimensione quando diventano avvertenza: “Ma bisognerebbe saper navigare/ e non gridare terra terra senza potersi fermare”.
Mappa dalle indicazioni precise, questo libro riconosce una geografia umana che deve al suo autore il merito di averla riconosciuta, messa sulla carta, ed affidata alle parole più precise, anche dove “Adesso il vuoto è buio senz’onde”.
Roberto Dedenaro con “Il ballo delle gru” ci consegna una raccolta di testi a cui volere bene.

Per leggere l’intervista completa potete visitare il sito di Farevoci e leggere il numero di Febbraio 2026.