
Pur non essendo più un ragazzino, confesso di mantenere nei confronti della poesia un atteggiamento per certi versi adolescenziale: non cerco nella scrittura degli altri la pulizia e la compiutezza, ma quel guizzo capace di schiudere un orizzonte interiore che altrimenti non sarei stato capace di vedere, anche a costo di doverlo cercare nell’imperfezione. Allora apprezzo spesso autori irregolari – dal punto di vista della scrittura, ovviamente, a maggior ragione quando della loro vita non so nulla – ma con picchi di visionarietà assoluta, in grado di scavare nel non-detto e di trovare un significato che forse le parole stesse non avevano mai assunto. Quando incontro una poesia con queste caratteristiche, la vivo come un regalo prezioso.
Luce al neon di Cinzia Colazzo (Vita Activa Nuova, 2024) è, appunto, un regalo. Non so nulla dell’autrice se non quello che riporta la biografia, intuisco però che da molto tempo frequenta la poesia e senza dubbio conosce le regole del gioco, quindi tutti i testi inclusi nella raccolta sono costruiti con padronanza della lingua e degli strumenti della poesia, è bene sottolinearlo e ribadirlo con forza. Ma, soprattutto, ci sono alcune vette assolute, che si concretizzano nei momenti in cui la scrittura diventa confessione impietosa, disincantata, a volte molto dura; ci sono pagine che tolgono il fiato con una bellezza non confortante ma necessaria, di quelle da rileggere così tante volte che alla fine la costola della rilegatura si sfianchi e tenga il libro socchiuso su quelle parole che si sforzano di appartenerci…
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