
Esiste una città abitata da voci che non parlano. Le case sono incrinate, hanno stanze gelide, porte scardinate, sgabuzzini chiusi a chiave, muri che trattengono segreti. Negli angoli, ricordi che non devono oltrepassare la soglia. È la patria delle bambine mute, dove s’impara a ingoiare ogni suono. Se però ti metti in ascolto, c’è una verità che preme per uscire. Sillabario del Silenzio è un’opera corale che raccoglie voci di scrittrici chiamate a misurarsi con un nucleo comune: l’infanzia violata. Abusi sessuali, violenze psicologiche, sopraffazioni affettive, tradimenti del legame primario, vissuti quasi sempre all’interno dello spazio domestico, là dove la protezione dovrebbe essere garantita. La voce protagonista di ogni racconto è quella di una bambina di volta in volta differente, che attraverso frammenti di memoria e un timbro infantile irriducibile, tratteggia con la potenza eversiva di ogni rivelazione l’altro lato dell’infanzia, quello immerso nell’oscurità. Il silenzio evocato dal titolo non è un vuoto, ma una presenza costante e ingombrante. È il vero protagonista del libro. È la forma che assume la ferita quando non trova un linguaggio condivisibile. È la materia con cui queste scrittrici lavorano, scavando su una superficie di significati offuscata, segnata da strappi, bruciature, per rinominarla.
Titolo: Sillabario del silenzio. Lettere dalla città delle bambine mute
Autrici: Monica Guerra, Ksenja Laginja, Cinzia Marulli, Marta Parisi, Silvia Rosa, Laura Scaramozzino, Anna Tabbia
Postfazione: Alexandra Zambà
Edizione: Vita Activa Nuova luglio 2026
Collana: Tracce
Pagine: 296
Prezzo: € 18.00
ISBN 9791280771438


In questa nuova edizione del volume, arricchita da numerosi contenuti, Marta Albertini, pronipote di Lev Tolstoj, ricostruisce le figure della bisnonna Sof’ja Andreevna, della nonna Tat’jana L’vovna Tolstaja e della madre Tat’jana Michajlovna Suchotina, nipote prediletta del grande scrittore, andata sposa a Leonardo Albertini, figlio di Luigi Albertini, fondatore e direttore del Corriere della Sera.
Ivana Suhadolc, giornalista RAI a Ts, Venezia e Roma scrive di sua madre (Graziella, Krasulja), che ebbe una fitta corrispondenza, insieme a Rita, con Biagio Marin, loro professore e figura di riferimento culturale. È una educazione sentimentale e un intreccio di relazioni in cui il periodo storico e il tema italiani/sloveni sul territorio, si mescolano con diversi sguardi sulla crescita delle due ragazze, i rapporti umani e affettivi con il poeta e tra di loro, le ambiguità e le problematiche del tempo. È un lungo memoir della figlia che intende ricostruire la figura della madre, tra le migliaia di lettere e foto di lei e di Rita in suo possesso, e che sta donando alla Biblioteca di Grado. Nella primavera del 1942 accade un piccolo miracolo: “tutto fu un dono, il dono del paradiso,” scriverà Biagio Marin. Per Rita, la Rondine, e Graziella, la Pernice, inizia un’amicizia che durerà tutta la vita; per Rondine e Marin una storia d’amore che proseguirà per 26 anni. I rapporti tra i due amanti e Pernice resistono anche nel travagliato dopoguerra della Venezia Giulia lacerata dagli odi etnici, e questo nonostante Graziella – si scopre – sia slovena, in realtà si chiami Krasulja e sposi uno sloveno. Marin si sente tradito e tuona: “Anche tu sei responsabile del male, che per il piatto di lenticchie hai rinunciato alla primogenitura della superiore cultura.” Poi a prevalere sarà la sua generosità. Alla fine Krasulja si ammalerà di Alzheimer, ma la figlia riuscirà lo stesso a intuire la grazia della sua vita, avvalendosi delle testimonianze di Rita e delle lettere e poesie di Marin. La ricerca la porterà a trovare il linguaggio delle emozioni, il solo che ci aiuta ad ascoltare e rispettare, anche nelle terre di frontiera, le storie degli altri.
